Bandiera bianca.

A nessuno piacciono i logorroici.
O meglio, a me piacevano e forse piacciono ancora, ma forse adesso o forse da sempre la diarrea verbale è spesso inutile. Non penso che nessuno abbia voglia più di ascoltare, ma è vero che nessuno ha voglia di prolungare la propria attenzione.
Un’attenzione prolungata è quella che infatti utilizziamo su ciò che ancora non conosciamo. Sbagliamo quando, riguardando il nostro film preferito o risentendo una canzone che ci emoziona particolarmente, diciamo di essa che “mi emoziona come la prima volta”. Qualsiasi esperienza ripetuta non vive mai delle sole sensazioni che dà in sè stessa. Non si potrà mai scacciare del tutto la memoria dell’esperienza analoga che l’ha preceduta, e il nostro secondo, terzo, quarto approccio si baseranno sempre su uno strano mix tra il ricordo e sensazioni che, seppur forti, abbiamo già saggiato e interiorizzato.
E son proprio questi due aspetti, il ricordo e le sensazioni verso le cose del mondo, che dicono, più di qualunque cosa, chi noi siamo. Tutta la nostra vita, la nostra immagine, le svolte cruciali della nostra esistenza dipendono, tolta la variabile del caso giudice supremo, da queste due semplici cose.
Sono loro che fanno di noi dei falliti o dei vincenti, delle persone sociali o degli emarginati, dei vivi o dei morti.
E poi c’è il logorroico. Colui che presta troppa attenzione a tutto. Colui che di fatto nel tentativo di spiegare tutto non carpisce sensazioni, e nella sua continua ricerca di qualcosa non riesce a cristallizzare un ricordo. Colui che vive una non vita, che spesso è un fallito ma sembra un vincente, che è fortemente sociale quanto fortemente solo, proprietario di un corpo che senza un punto di vista parla tanto ma non riesce a dare un focus alle sue azioni. Un morto che cammina.
Ebbene, io sono un logorroico. Lo sono stato, e ne ho lasciato qui (https://moltepliciadesso.wordpress.com/) un ampio testamento.
Un blog inattivo dove forse nel tirare alcune conclusioni a volte avevo ragione, forse a volte no, ma il punto è che i fiumi di parole a volte nascondono la sostanza. E ok, forse è vero che nella sintesi non si dice tutto, e che a volte perdersi nel pericolo del soffermarsi è necessario, ma il punto è che chi ha voglia di farlo? Chi ha voglia di rischiare che qualcosa lo colpisca in modo da cambiarlo profondamente? Di un cambiamento che non so se potrà conservare ciò che sono, riuscire a rendermi migliore, o portarmi al fallimento?
E allora viva la semplicità. Viva il restare coi piedi per terra. Viva la sintesi e tutto ciò che si consuma in pochi minuti.
Qui, adesso, d’ora in poi, prometto pubblicamente di aderire a questi principi. Di rendere “Senz’acca” il regno della sintesi, del breve, della riflessione quotidiana.
L’amaro in bocca di una resa, la dolcezza di una nuova aspettativa.
Un caffè sonnolento in cui scordarmi di girare lo zucchero.

-Notta.

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