Rimpiattino.

C’è una cosa che penso che sia comune a chiunque studi da fuorisede o più in generale sia sempre sballottato tra la città in cui è nato e vissuto e quella in cui invece oggi vive, ossia quel momento in cui si valca la soglia della propria camera d’infanzia.
Dopo ormai un anno e mezzo di vita romana, ritornare lì ogni volta e confrontarmi con i pezzi della mia vita napoletana mi sembra spesso un esperienza quasi alienante.
E come se l’intera camera fosse sempre stata un puzzle, perfettamente assemblato e stabile. Come se questo puzzle ricoprisse il pavimento, ci camminassi sopra senza vergogna e senza paura.
Come se, nonostante la sua natura frammentaria, quell’insieme di tasselli così diversi fosse ormai territorio sicuro, inseparabile.
Ora ho invece un’altra camera. Un buco fin troppo caro nella periferia romana, che per giunta condivido. E lo ho da solo pochi mesi, e sul pavimento non vi è la minima traccia di quella strana moquette colorata di cartone.
Non che non ne avessi le possibilità o la voglia di ricostruirla, ma se a rigor di metafora ogni pezzo della mia camera napoletana sono io, e sono io in 20 anni di situazioni determinanti e di picchi caratteriali mai smussati, non posso pretendere che in soli 2 anni nella Capitale io possa ricontare su un appoggio ugualmente saldo.
E il bello della crescita. Del suo essere graduale e non ragionata, imbocchi bivi e a posteriori non capisci il perchè o tantomeno ti senti di demonizzare il tuo percorso. Sei così e ti sei sempre conosciuto così, non hai ragione alcuna di incolparti.
Ma cosa succede se a una nuova città fai corrispondere una nuova vita? Cosa succede se adesso i bivi li vedi, e se imbocchi quello sbagliato sei capace di incolpartene, e di riconoscere troppo tardi, a strada finita, gli errori commessi?
Succede che non componi nessun nuovo puzzle. Non completamente almeno.
Componi un paesaggio raffazzonato, incastri a forza i pezzi alla rinfusa, passi da un panorama di pianura a “La Libertà che guida il popolo” di Delacroix.
Lasci varchi enormi tra un tassello e l’altro, finchè tutto somiglia a una partita di Rimpiattino.
E guardi la tua stanzetta romana come un ingombrante pavimento di 36 carte coperte risposte in file uguali.
Ognuna è associata a un seme a discrezione del giocatore, il quale deve riempire ogni fila con le carte di quel seme enumerate dall’1 al 9, usando quelle a sue disposizione.
Vinci se riesci a scoprire tutte le carte ma, nella maggior parte dei casi, perdi.
Perdi perchè peschi quattro 10, la mano ti si blocca, e tutto il bel paesaggio ordinato che stavi costruendo rimane implacabilmente bloccato e irreversibile. E ti tocca rimischiare le carte da capo. Senza la certezza di quale immagine si celi ogni volta sotto le carte, di un riferimento che rende i puzzle così semplici, all’atto pratico, da smontare e rimontare.
Di un immagine fissa che non riesco a riformulare, e che quando ritornando qui, a casa, mi appare, sembra così soffocata e inattuale.
Come sentire una bellissima canzone dietro delle porte antincendio.

-Notta.

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