Bambini ma senz’anima.

Una cosa che noto spesso, e che mi fa porre non poche domande, è la nostalgia di alcune persone verso la propria infanzia,

Nostalgia.
Innanzitutto, cos’è la nostalgia? La nostalgia è un sentimento per qualcosa ormai perduto che, per sua stessa definizione, esiste perchè si ritiene essa più stimolante per chi la prova di ciò che invece ha adesso.
Ciò implica che il nostalgico non sappia mantenere con costanza il tran tran della sua routine almeno internamente, e debba quindi salvaguardarsi dall’impazzire riportando la mente indietro nei momenti di stasi, ripensando a un mondo prima perfetto ora caduto in pezzi.
Adesso, pur non mettendo in dubbio la potenza dei ricordi, non mi sento proprio di dire che la gioventù odierna sia nostalgica in questo senso. Conosco ben poche persone che sentono la loro routine come “opprimente” anche durante le occasioni di svago.
Conosco pochissime persone che ritengono una costrizione darsi all’alcolismo vagabondo con gli amici o sbattersi una tizia a caso appena conosciuta in un posto improvvisato dal caso, tutte cose che, per chiarirci, spesso avvengono ben oltre l’orario in cui i nostri genitori ci mandavano a letto.
E’ questo che fanno i grandi, ed è questo che un nostalgico vedrebbe come insensato o di seconda mano, se la sua nostalgia scaturisse davvero dai tempi del “SI o “NO” nel cuoricino sul pezzo di carta a quadretti.
Nessuno preferisce davvero la sua vita da infante a quella odierna, e la ragione è proprio perchè sulla bilancia tutti i nostri giochi preferiti impallidiscono di fronte a tutto ciò che possiamo adesso.
Nonostante là fuori sia pieno di persone che lodano la purezza d’animo, la sincerità e tante altre caratteristiche che siamo soliti attribuire ai bambini, vi sfido a rivolgervi a queste persone COME un bambino. Sareste dei fottuti freaks. E null’altro.
Il 90% delle cose che oggi ci intrattengono e ci fanno sentire vivi sono le stesse che da bambini ripudiavamo, pur conoscendone solo versioni edulcorate dai cartoni animati, o dalle notizie del telegiornale che comunque non ascoltavamo davvero.
Ma poi le abbiamo conosciute meglio o provate sulla nostra pelle e ci han conquistato, e la scoperta di questo mondo prima censurato ci ha talmente preso da ripudiare e ridicolizzare i tempi in cui non avevamo bisogno di tutto questo.
Se infatti l’infanzia è il posto prediletto dove Noi diventiamo Noi, dove ci costruiamo da soli oltre i limiti del tangibile e del reale, vedendo al massimo il mondo esterno come solo materiale da elaborare per quello interno, il processo dall’adolescenza in poi diviene completamente opposto e tutto diventa censura di sè, adattamento di canoni comuni, sopravvivenza del più carismatico.
Iniziamo la nostra scalata e ci studiamo a tavolino coi dati preesistenti là fuori, affinando tutti gli spigoli finchè di noi non resta più niente, impegnati come siamo a seguire il flusso senza accorgerci di star distruggendo qualcosa di già completamente costruito, ma purtroppo mancante di quella materia grezza, selvaggia ma necessaria che è la pura realtà.
Noi abbiamo ucciso il bambino che eravamo, e ogni volta che lo rivanghiamo non ci mostriamo come persone migliori, ma sventoliamo semplicemente senza pudore il suo cadavere al vento.
E tutto ciò è orribile da accettare ma anche sorprendentemente naturale e inevitabile nel suo scorrere.
Come un’entropia dell’anima.

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